Partita Juventus – Napoli. per entrambe le squadre ci si gioca la ricorsa alle posizioni alte del campionato ed alle Coppe.
All’80’, con la Juve in vantaggio e dieci minuti ancora da giocare, entra Andrea Cambiaso. Sta attraversando un periodo difficile e da qualche tempo è bersaglio delle critiche dei tifosi.
Appena mette piede in campo, dagli spalti partono i fischi.
Ora, mettiti nei panni di chi fischia. Sei andato allo stadio per vedere la Juve e vuoi che vinca. Magari sei anche convinto che il tuo tifo possa dare una mano alla squadra. Mancano dieci minuti, c’è un vantaggio da difendere e il giocatore appena entrato potrebbe trovarsi a dover fare un intervento decisivo.
Che cosa speri? Che entri in partita subito, che tenga la posizione, che faccia la scelta giusta quando tocca a lui.
E allora, che cosa speri di ottenere fischiandolo proprio adesso?
Capisco la frustrazione di un tifoso. Il fischio gli permette di esprimerla in un secondo.
Il punto è che, in quel secondo, il suo bisogno di sfogarsi può prendere il sopravvento sul motivo per cui è allo stadio. Vuole che la squadra tenga il vantaggio, ma rischia di aumentare la pressione su uno dei giocatori a cui è affidato il compito di difenderlo.
È facile accorgersene quando a fischiare sono gli altri. Un po’ meno quando siamo noi a fare la stessa cosa, senza avere una sciarpa al collo.
Pensa a quando un collega commette un errore che avete già discusso. Gli dici: “Lo sapevo che sarebbe successo” e magari hai anche ragione. Per un attimo provi la soddisfazione di averlo detto.
Ma se il tuo obiettivo è fare in modo che la prossima volta ti segnali un problema prima che sia troppo tardi, quella frase gli rende più facile venire a parlartene?
Oppure pensa a quando tuo figlio finalmente ti racconta qualcosa che teneva per sé. La prima cosa che gli dici è: “Perché non me l’hai detto prima?”. È una reazione comprensibile.
Eppure, se vuoi che si confidi più spesso con te, vale la pena chiederti come gli suona quella domanda proprio nel momento in cui ha trovato il coraggio di parlarti.
In entrambi i casi c’è un’esigenza immediata.
Vuoi far capire che sei arrabbiato, che avevi previsto il problema o che ci sei rimasto male. E c’è qualcosa che ti importa anche dopo che l’emozione è passata. Vuoi che il collega ti avvisi prima, che tuo figlio torni a parlarti, che la tua squadra porti a casa la partita.
L’autodistruzione comincia quando, per soddisfare la prima esigenza, rendi più difficile ottenere la seconda.
Nel coaching, questa differenza si può allenare. Una domanda da farsi, quando viene voglia di rispondere di getto, è “Che cosa voglio che succeda dopo quello che sto per dire?”
La risposta può cambiare le parole, il tono o il momento in cui scegli di parlare.
All’80’, il tifoso può avere ottime ragioni per essere deluso.
Può anche scegliere di incitare Cambiaso per quei dieci minuti e dire a fine partita quello che pensa. Sa che cosa vuole dalla sua squadra e decide come aiutarla proprio quando gli costa di più.
È lì che si vede la differenza tra reagire e agire.